GRIDARE LA VERITA’ DELLA VIOLENZA, ANCHE QUANDO NON SI PUÒ CHIEDERE GIUSTIZIA

Il caso di Bill Cosby è finalmente giunto al termine e all’attore americano è stata inflitta una pena da 3 a 10 anni di carcere, 25 mila dollari di multa e nessuna possibilità di cauzione.

Il castello di bugie di Cosby, dietro al quale aveva cercato di nascondere le numerose relazioni che aveva con altre donne ha iniziato a crollare 10 anni fa, durante una deposizione giurata pubblicata sul New York Times e in cui Cosby si vantava delle sue conquiste, le giustificava, ammetteva di aver usato droghe per abbassare la resistenza delle donne, e poi soldi e influenza per evitare che le relazioni diventassero scandali pubblici e arrivassero alle orecchie della moglie.

Al processo tenutosi il 25 settembre, però, di tutte le donne cadute vittima dell’attore, solo una ha potuto testimoniare contro di lui in aula per abusi sessuali: Andrea Constad. Le altre vittime si sono scontrate contro la dura realtà della prescrizione.

A dar loro voce è stata l’avvocato Hennifer Storm che, prima del processo, ha organizzato una conferenza stampa in modo che le vittime potessero parlare della loro storia, delle conseguenze che l’abuso sessuale ha avuto sulle loro vite e di un perdono che, per alcune, non arriverà mai.

 

Molte vittime nel parlare si sono rivolte direttamente al loro abusante. Sunni Welles, violentata da Cosby a soli 17 anni e vittima di un Disturbo da Stress Post-Traumatico per anni, «Hai, a tutti gli effetti, distrutto gran parte della mia vita. Non solo chi sono oggi, a 70 anni, ma anche chi ero, e soprattutto chi avrei potuto essere o fare in questa vita[…] È colpa tua e di tutti gli uomini come te se ho perso fiducia nelle persone. È colpa tua se non sono riuscita a portare avanti delle relazioni sane, o ad avere quell’intimità che è propria di un matrimonio, o di qualsiasi coppia».

 

«Hai rubato la mia fiducia, ti sei appropriato del mio corpo e della speranza che le cose belle possono accadere. Mi hai causato una sofferenza lunga una vita», sono le paroleusate da Therese Serignese per trasmettere il dolore che Cosby le ha inflitto, abusando di lei in una stanza d’Hotel a Las Vegas.

 

Lili Berbard invece descrive la sua vita fatta di tentativi di suicidio, notti insonni e sindrome da stress post-traumatico che le ha causato attacchi di panico debilitanti, impedendole di avere una vita normale; dei suoi vissuti come “ostaggio” per un’intera esistenza e del lungo silenzio da cui faticò ad uscire per moltissimi anni: «Mi ha portato via la pace, e la paura mi ha consumata».

 

L’ultima a rompere il silenzio durante la conferenza è stata Stacey Pinkerton, drogata e violentata da Cosby nel 1986 che non ha mai avuto la forza di raccontare la sua storia prima del 25 settembre: «Non importa cosa tu faccia, questa cosa ti perseguiterà per sempre. Sono felice di essere venuta fino a qui per la sentenza, di aver preso un evento tanto disgustoso e averlo trasformato in qualcosa di positivo per la mia vita: ‘denunciate, così che non debba accadere mai più a nessuno!’».

Raccogliamo l’incoraggiamento di Stacey Pinkerton a denunciare gli abusi e le violenze sessuali: ma (ironicamente) fatelo velocemente però, perché anche per lo stato italiano se non rompete la barriera del silenzio in fretta, restate solo delle donne con una storia di cronaca da raccontare ma nessuna giustizia da perseguire.

 

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

Martina Davanzo

Psicologa laureata in psicologia criminologica e forense

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