SOFIA RICCI RIVELA L’ABUSO SUBITO A 12 ANNI


A differenza di quelle americane non sono numerose le attrici italiane che hanno raccontato degli abusi subiti.   E’ una bella testimonianza quella che Elena Sofia Ricci – interprete di Suor Angela nella serie “Che Dio ci aiuti” – fornisce della propria vicenda infantile di abuso in un’intervista che è contenuta nel video che presentiamo.


Una testimonianza dalla quale traspare l’autenticità di una riflessione portata avanti per lunghi anni: “Erano 45 anni che aspettavo questo momento, molto sinceramente. Non ho mai parlato fin quando mia madre era in vita e mi ero promessa di farlo il giorno in cui non ci fosse più stata. Speravo fosse più in là, ma è stato così, evidentemente questo era il disegno. Arriva proprio adesso.”

Una riflessione sul silenzio che impedisce alla bambina di parlare perché spesso la piccola vittima di abuso  tende a farsi carico della madre, di quella figura che non ha saputo proteggerla dalla violenza, che magari era rimasta sorda e cieca o che  avrebbe almeno dovuto accorgersi se non della violenza agita, almeno dei segni che l’abuso aveva lasciato nella figlia. 

“È importante parlarne – dice Sofia Ricci – Io non ne ho parlato con mia mamma. Mi sono vergognata, ho avuto paura, l’ho rimosso. E invece bisogna parlare. Avrei dovuto dire quella cosa allora, a 12 anni; non ce l’ho fatta, questo mi è costato tantissimo, ho pagato pesantemente questo scotto, ma dobbiamo insegnare ai nostri figli a denunciare subito, a non avere paura”.

Intervistata aDomenica inl’attrice ha raccontato: «Una persona mi doveva riaccompagnare da un viaggio e durante questo ha abusato di me. Non voglio dire altro, perché mi fa male. Avevo 12 anni ero una bambina, ma non lo ero perché ero in piena povertà, mi è scattato un senso di colpa molto forte, la vergogna, tutti sentimenti che non dovrebbe avere una bambina che dovrebbe avere la forza di parlare. Io avevo imparato ad essere una bambina che non dava dispiaceri, quindi ho taciuto per il bene di mia mamma. Per lungo tempo ho fatto in modo di non frequentare più la famiglia, poi quel signore era grande ed è stato morto. Mi ero promessa però che alla prima volta dopo la morte di mia madre lo avrei detto, perché sto dalla parte delle bambine». https://www.ilmattino.it/spettacoli/televisione/domenica_in_elena_sofia_ricci-4228446.html

Dopo 45 anni di elaborazione e di anelito alla verità  il coming out è avvenuto casualmente. O meglio lo stimolo è stato casuale, ma evidentemente Sofia era pronta in quel momento per uscire allo scoperto e per rivelare la violenza subita: “Il primo che mi ha fatto una domanda sul #MeToo – non ho fatto io una scelta di campo, non ho scelto io con chi aprirmi – ho finalmente detto la mia in maniera che io, d’ora in avanti, possa esprimere il mio parere su tutto il lavoro che gli uomini e le donne possono fare contro la violenza alle donne, gli abusi verso i bambini e i ragazzi.”

E’ interessante anche  l’accenno che ella fa alla mobilitazione che deve coinvolgere anche gli uomini: “Ma gli uomini scendano in piazza per far vedere chi siete, i veri uomini non fanno questo. E allora forse quelli che lo fanno si sentono delle merde”.  A Domenica Inha dichiarato: «Il rito abbreviato per gli abusi, dalla violenza all’omicidio, non può esistere, va abolito. E ha lanciato un appello “Uomini scendete voi in piazza per noi”»

Sofia Ricci si assume un impegno di testimonianza che spesso è l’esito più sano e più dignitoso dell’elaborazione che una vittima compie del proprio abuso. E lo fa assumendo il punto di vista delle vittime e respingendo la colpevolizzazione culturale e psicologica a cui le vittime vanno inevitabilmente incontro.  “Parlerò adesso per voce delle bambine, parlerò da mamma, da donna, ma anche per quelle bambine che crescono e che se sono state ferite a 8-10-13 anni, porteranno quella ferita dentro a 18-20, a 30 anni. E non è facile dire di no delle volte; ho sentito dire spesso che le maggiorenni possono prendere, girare il tacco e andarsene. Non è sempre così. È una questione molto complessa: non si può generalizzare”.

Ogni vittima che ha la forza per dichiarare pubblicamente la vittimizzazione subita contribuisce a rompere il silenzio che circonda l’abuso, quel silenzio che tende a nascondere e dunque perpetuare la violenza sessuale sui bambini e sulle bambine.

Claudio Foti

Psicologo, psicoterapeuta, direttore scientifico del Centro Studi Hansel & Gretel

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