“HO PAURA”

Caro Dott. Foti,

le mando una tesitmonianza: ha il valore che ha. Oggi ho 40 anni e l’ho scrivva a 20. Intendevo confessare la mia “bestia nel cuore” al mio migliore amico ma, per timore di perderlo, non gliel’ho mai data. Senza di lui sarei rimasto totalmente solo. Non sono capitato per sbaglio nel suo sito; sto andando tutto in pezzi, sto andando in pezzi, disgregato, frantumato in tanti pezzettini. Tre anni di terapia non mi hanno migliorato. Se da bambino sono staot un piccolo adulto coraggioso, ora sono un bambino spaventato.
Un saluto e un grazie, Alberto.

“Ho paura. La scena del mondo non fa che ripetersi; continuo a sbandare. Ricomincio ogni volta a ricostruire i mondi in cui non sono potuto rientrare, talvolta scovando qualche gesto di tenerezza furtivo, inconscio, finchè tutto è di nuovo destinato a vertiginose cadute verticali.
Sento che il cerchio sta per chiudersi.
Questa lettera non è il preludio ad un gesto estremo, anche se spesso provo il desiderio di morire come si può sentire il bisogno di mangiare o di dormire.
Io sono solo uno dei tanti che ha avuto una vita insopportabile e che da sempre gli tocca di camminare sul ciglio di un precipizio. A fatica metto un passo dopo l’altro, ad occhi chiusi, per non vedere più cosa o chi ho intorno. Quando cammino per strada, quando qualcuno mi si avvicina, inavvertitamente trattengo il respiro per restare totalmente separato dagli altri. Non c’è ora o minuto del giorno in cui io non desideri essere altrove. Ogni giorno per me è vertigine.

Ho appena visto un film di Spielberg. L’impero del sole. Narra della sorprendente tenacia impiegata da un ragazzino per sopravvivere alla prigionia in un campo di concentramento giapponese durante la II Guerra Mondiale: quando finalmente ritrova i suoi genitori, senza dir nulla, lui appoggia sulla loro spalla il viso che di colpo diventa stanchissimo e chiude gli occhi, come se non avesse mai dormito prima. Io sto ancora aspettando di poterlo fare. La mia famiglia non mi ha protetto, non mi ha offerto una spalla nè mi ha salvato: a otto anni sono stato picchiato e violentato; poi è successo ancora, centinaia di volte, per anni. Quando tu sei arrivato succedeva ancora.

Mi ha sempre colpito la sorte toccata ad un personaggio mitico, Anteo, un gigante generato da Gea, invulnerabile finchè toccava la terra, sua madre: ad Eracle fu sufficiente sollevarlo da terra per soffocarlo e ucciderlo. Mia madre forse ebbe modo di sapere quanto mi stava accadendo. Una volta sentì quakcosa: aprì la porta della stanza e la richiuse. Non so se ha visto, se è riuscita a rendersi cieca o se ha semplicemente cancellato un ricordo per lei insopportabile, ma quel giorno realizzai di aver appena fatto il mio ingresso nel peggiore degli incubi; ne sono ancora ostaggio, tutti i giorni. Certi eventi restano scritti sul corpo esattamente come nelle pagine di un libro e quelle pagine mostrarono subito le loro machcie, gli strappi e, soprattutto, parole mai dette. In casa tutti si comportavano come se nulla stesse accadendo. Avevo otto anni, forse nove, ed ero terrorizzato. La brutalità della violenza, che con il tempo aumentava, andò pacificamente ad accostarsi alle immagini abituali della vita domestica, fino a confondersi. Solo la musica sapeva restituirmi il senso tragico di quanto, a casa mia, sembrava essere ordinario. Già sai- a tue spese- che l’ascoltavo sino allo sfinimento, finchè mi sembrava che la vita se ne andasse dal corpo. Per chi come me non poteva rischiare con le parole e con le persone a cui dirle, non c’era altro. Un po’ alla volta ho iniziato a leggere molto: so bene che non è nelle pagine che si può trovare la realtà nella sua interezza, ma anche le cose che sappiamo degli altri sono quasi sempre di seconda mano. Persino la conoscenza che ho di me stesso è così oscura, forse perchè sono troppo complice dei miei segreti. Eppure ogni volta che aprivo un libro mi aspettavo rivelazioni sorprendenti ma quando lo chiudevo mi sentivo più scoraggiato; credo perchè non vi riuscivo a trovare le parole giuste per designare e spiegare i fatti sconcertanti che mi stavano accadendo; se perfino una madre non era riuscita a credere a quanto aveva visto, quante speranze potevo nutrire di riuscire ad elaborare un resoconto dei fatti abbastanza convincente perchè qualcuno mi prendesse sul serio e mi aiutasse? Ogni giorno lottavo con la paura, una paura incessante che mi paralizzava in anticipo; ero come raggelato, soffocavo di disgusto. Poi, in qualche modo, finii col collaborare; convinto di rendere più sopportabile il dolore immediato, senza ancora saperlo, ordivo la trama futura e ineludibile per cui avrei finito coll0addossarmi parte di quella colpa fino a fare di me stesso un complice forse più spregevole del carnefice. Intanto continuavano i gesti ordinari che sembravano negare ogni cosa come se tutto fosse immaginato. Lo spazio tra me e i miei era diventato assoluto; era come dibattersi nel cuore di un cristallo, tanto grandi si erano fatte le loro cecità e la mia solitudine. Oggi quello spazio è diventato incolmabile. Quei contatti avvelenati, anno dopo anno, mi insegnarono che avevo un corpo con una sua volontà e una sua memoria a cui, se fosse stato possibile, non avrei voluto appartenere. Oggi so per certo che il corpo e l’anima sono la stessa cosa; non esiste niente che fatto al corpo non venga fatto anche all’anima; un corpo, il mio, che è sopravvissuto alla mia stessa anima, perchè questa è morta da un pezzo: se così non fosse, avrei ancora un posto dentro di me dove rifugiarmi. 

 

So che ci saranno sicuramente altri giardini da qualche parte, ma io da allora ne sono ri-masto fuori. Da allora gli occhi mi si sono chiusi, come quando una vista improvvisa penetra all‟interno e uno la va a trattenere al buio dentro di sé per capirla bene. Ne sono riemerse de-solazioni impronunziabili, come certi mutismi che ci prendono da bambini di fronte a una catti-veria, a un male irreparabile. Commesso un torto non c‟è più modo di risanarlo, non c‟è rime-dio: bisognerebbe non commetterlo mai, non c‟è bravura che possa contrastare certi colpi. Non c‟è bravura di fronte a una porta richiusa in silenzio da una madre, per non vedere cosa stanno facendo a suo figlio.

Gli sguardi che più di ogni altro ho cercato hanno incontrato il mio solo distrattamente; molti di questi riuscivano a contenere un silenzio sconcertante. Erano sguardi elusivi per un corpo buio, un corpo, il mio, che ho smesso presto di amare e curare perché reso irrimediabil-mente incurabile e devastato.

Quand’ero bambino sono stato sorpreso e attaccato da uno sguardo di bestia cattiva. Non erano occhi liquidi, non rimandavano bagliori. Dalle lenti convesse dei globi oculari, chiusi dal laccio delle ciglia spalancate, non convergeva nessun fuoco all‟interno, né dietro il loro cristal-lo si indovinava il luccichio di un‟anima: l‟iride era fatta di pezzi di carta-vetro malamente giu-stapposti e le pupille, due finestre cieche.

All‟età di otto anni conclusi che tutto il male del mondo lo si poteva ritrovare in quello sguardo buio, che feriva a morte più di un pene che ti entra dentro come una spada e che rie-sce, non si sa come, a spaccarti immediatamente il cuore in due.

Quel buio immenso io me lo porto ancora dentro: in tanti lo vedono, lo temono e subito cer-cano con lo sguardo altrove.

Ho sempre aspettato. Era diventato un addestramento quello di stringere i denti, superare le notti brutte e aspettare di tornare finalmente libero. Capii subito che non sarebbe mai arriva-to l‟abbraccio di mia madre a sciogliermi la voce: così, tutte le mattine mi rimettevo in piedi di-sancorato e con strane oscillazioni nell‟impresa di dover percorrere i marciapiedi della via di casa verso la scuola, dove mi aspettava lo scherno a volte tenero a volte crudele dei compagni di classe. A lezione non osavo far domande; se qualcuno mi rivolgeva la parola anche solo per chiedermi l‟ora, rispondevo insicuro e balbettante come se mi trovassi davanti a una commis-sione d‟esame. Il mio nome esclamato mi scuoteva; era solo una sigla eppure risuonava come un ordine perentorio.

E dire che avevo sopportato ogni cosa convinto che una volta libero avrei avuto il mio ri-sarcimento; ripetevo a me stesso che mi spettava di diritto, che me lo meritavo. Quando sei ar-rivato tu, mi ripetevo che meritavo un amico come te, il migliore amico possibile. Immaginavo spesso che sarebbe bastato rifugiarmi in un tuo abbraccio per provare un po‟ di sollievo e sa-pere come ci si sentiva ad essere accolti e amati, magari come promemoria per i giorni a veni-re, perché ho capito subito che la mia vita si era spezzata in quel punto e che mi aspettavano giorni ancora più difficili, i giorni in cui in tanti, trovandosi a familiarizzare con le mie zone d‟ombra, la mia rabbia, si sarebbero dileguati.

Quelli come me non possono e non potranno guarire mai; io sono come una brocca spacca-ta: non c‟è niente che, versato, io riesca a trattenere. La sofferenza rende egoisti, assorbe inte-ramente; solo quando passa, il suo ricordo ci insegna qualcosa della compassione, ma questa può provarla anche una Madre Teresa o un bravo associazionista volontario: troppo generica e troppo universale, e a me non interessa. Quelli come me sono quasi sempre destinati a diventa-re così folli da aspettarsi amori perfetti. Forse avrebbe potuto provarla Dio, in fondo non ero che un bambino in pericolo… e lui un padre distratto; quando oggi mi chiedono se credo in lui io a mia volta mi chiedo se lui ha creduto in me. No, nemmeno Lui deve essere così perfetto. Nella casa che ho lasciato nessuno ha mai chiesto a quel bambino cosa ne era della sua vita; ero lì con loro, ma era come non esserci. Anche quando mi guardavano, non mi vedevano.

Col tempo ho dovuto anche imparare a omettere i dettagli perché quando più tardi mi è ca-pitato di riferirli a chi credevo capace di saggezza, era tutto un mitigare, un tenersi cautamente alla larga come fossero lebbra. Eppure sono proprio quei dettagli così indicibili ad aver lascia-to il segno; sono i cinque sensi ad aver fatto incetta del materiale peggiore per i miei ricordi di cui dovrò portare da solo l‟intero peso. Come un forzato condannato ingiustamente il quale, una volta libero, non aspetta altro che di poter raccontare al mondo l‟ingiustizia subita io, nel raccontare la mia esperienza, mi aspettavo che il mondo intero mi stringesse a sé e mi sollevas-se per sempre dal dolore. E invece, mi son sentito dire di tutto, che in fin dei conti ero stato io a sedurre e quindi io il vero carnefice, o che se non avevo ancora superato la cosa era perché non appartenevo alla razza dei “forti”, un analista mi ha anche definito un “passivo naturale”; insomma, in un modo o nell‟altro ero stato io a cercarmela. C‟è chi è incline a sottomettersi, chi a ribellarsi; ma il più delle volte non possono che capitarci entrambe le cose. Di fatto, da tanto tempo non mi sento e non faccio più parte del consorzio umano, né di niente. In un mondo in cui molti avanzano grosse pretese circa la conoscenza che si ha delle faccende altrui, magari basandosi su qualche idea gravida solo dei propri pregiudizi o della propria presunzione, io so per certo almeno una cosa; che sono stato ingannato, defraudato dell‟avventura più importante per un ragazzo: la scoperta di se stessi. Ogni schiaffo, ogni insulto ha modellato il mio avvenire e niente ha rimandato indietro il mio urlo di spavento; è così che ho dovuto misurare tutta l‟atrocità di Dio.

Mi rendo conto che finora non ho espresso altro che i pensieri di un bambino e che, nono-stante i miei sforzi, resterò il solo a conoscerli, il solo a portarli con me. Tuttavia non mi è mai stato consentito di comportarmi come un bambino, sarà per questo che non sono mai stato ve-ramente capace di semplicità nel parlare, nello scrivere o nell‟amare. Anche adesso, le cose più semplici da dire continuano a restarmi sconosciute e so di perdermi il meglio; tutto il resto è solo una toppa sulla mia fragilità. Ma è tutto quello che ho.

Forse tu sei solo capitato sul set giusto fra un ciak e l‟altro della mia vicenda, un set dove tutti rivolgevano lo sguardo altrove. Forse di tutto questo sarei riuscito a parlarne solo con te ma non ne sono più tanto certo: noi due siamo sempre stati lontani anni luce; se persino certi silenzi da niente col tempo finiscono per diventare grandi come macigni, figurati i nostri che da sempre sono stati due silenzi perfettamente accordati. Se io avessi pronunciato delle parole, questo genere di parole, tu avresti potuto andar via prima. E se fosse accaduto, mi sarei torturato di più.

Solo oggi capisco che il silenzio è sempre un errore, ma quando questo si installa per forza in una casa è difficile farlo uscire, ed ancora più arduo è render conto di fatti di cui è più facile essere accusati che esibire la prova d‟innocenza.

La porta richiusa da mia madre mi ha messo in trappola, lasciandomi cucito sotto la pelle un ordigno a orologeria. Glielo dico a voce bassa, spezzata, la mia fronte appoggiata alla sua, le mani che artigliano il suo maglione. Prende un respiro e torna a dire che ora è inutile chie-dermi chi o cosa avrei potuto essere se avessero lasciato in pace quel bambino. Mi parla della necessità di adattarsi a una realtà che è sempre imprevedibile, paradossale, in continuo movi-mento: mi parla di alghe cui tocca piegarsi sotto la spinta del mare… Ma è a te che avrei voluto raccontarlo.

Alberto


Una matrioska: dal trauma alla speranza

Claudio Foti

 

Caro Alberto,

è una lettera, la tua, che contiene un‟altra lettera, una testimonianza viva di un‟età trascorsa ma certamente, in qualche modo, ancora presente. Il ventenne nel quarantenne. Il bambino nel ventenne. Una matrioska che racconta uno strazio ma che fa anche brillare una traccia emotiva-mente intelligente del passato: la radiografia dei vissuti laceranti che si sviluppano in un giovane adolescente che, nell‟età infantile o dall‟età infantile, è stato vittima da un lato di un grave abuso sessuale intrafamiliare e dall‟altro di un lacerante abbandono emotivo da parte di una madre che non l‟ha violato fisicamente, ma psichicamente. È incredibile quali possano essere le risorse che un bambino, resistente e resiliente, può attivare per sopravvivere ad una realtà di violenza nella più pesante solitudine ed impossibilità di comunicare ad altri la situazione alla quale è costretto a sottomettersi. “La mia famiglia non mi ha protetto, non mi ha offerto una spalla, né mi ha salvato; a otto anni sono stato picchiato e violentato; poi è successo ancora, centinaia di volte, per anni. Quando tu sei arrivato succedeva ancora.” È straordinario poi che alcuni anni dopo il bambino diventato ragazzo riesca a ripensare alla propria vicenda e a descriverla con una sintesi che risulta essenziale, profonda e cruda, nella misura in cui il soggetto è stato in qualche modo capace di non soccombere mentalmente al proprio abuso. Un abuso che senza una grande forza ed un grande coraggio avrebbe potuto essere inevitabilmente respinto nella cantina della rimozione o cementato dietro il muro della negazione.

Anche le strategie difensive che hai scelto, Alberto, per evitare (e comprensibilmente) il con-tatto mentale con il trauma subito – la voglia di “restare totalmente separato dagli altri”, la ne-cessità di fuggire dal ricordo rovinoso – sembra che abbiano finito per prendere anche strade crea-tive, benché non esenti da sofferenza: la musica, fino a stordirsi, le letture, il piacere di scrivere e descrivere la tua stessa sofferenza ….Anche questo mi dà una sensazione di grande conflitto, ma anche di qualità e di forza.

é una lettera, quella del ventenne, che ha molto da insegnare. Dobbiamo ringraziare il quaran-tenne che l‟ha conservata ed oggi resa pubblica. Ci aiuta a comprendere da vicino quali possono es-sere i danni di un abuso e per quali ragioni il vissuto post traumatico di abbandono e tradimento (di cui parlano Filkenhor e Browne) viene avvertito dalla piccola vittima non solo nei confronti di chi ha abusato ma anche, e talvolta soprattutto, nei confronti della madre che non ha abusato, ma non ha protetto; che non s‟è sporcata il corpo e non ha sporcato il corpo del bambino, ma s‟è sporcata l‟anima di madre vendendola, consciamente o inconsciamente, al diavolo dell‟abusante incestuoso, ottenendo in cambio l‟accantonamento dello scandalo e di una crisi familiare nella quale si sarebbe costretti a prendere posizione.

Suggestiva l‟immagine dell‟eroe mitologico figlio di madre Terra, invulnerabile fin tanto che tiene i piedi a terra e mantiene dunque il contatto con la madre: viene distrutto quando il suo nemico – metaforicamente il suo abusante – riesce a sollevarlo, cioè a distaccarlo dalle radici della tutela vitale della protezione materna.

“Una volta sentì qualcosa: aprì la porta della stanza e la richiuse. Non so se ha visto, se è riuscita a rendersi cieca o se ha semplicemente cancellato un ricordo per lei insopportabile, ma quel giorno realizzai di aver appena fatto il mio ingresso nel peggiore degli incubi; ne sono an-cora ostaggio, tutti i giorni. (…) Non c‟è bravura di fronte a una porta richiusa in silenzio da una madre, per non vedere cosa stanno facendo a suo figlio.”

é una lettera didattica. Chiarisce lucidamente che anche la mancanza di ascolto è condizione della violenza e può essere, essa stessa, violenza. Afferma perentoriamente che anche lo sguardo buio e spento di una madre di fronte ai segnali evidenti dell‟abuso sul figlio, che anche il silenzio e il deficit di sensibilità del testimone che sceglie di fare un passo indietro e che si rifugia nella ceci-tà degli occhi e del cuore sono collusivi con il crimine e dunque essi stessi atti criminali, tanto più se a compiere tali atti sono persone con un dovere morale, sociale e giuridico nei confronti della protezione di un bambino.

Forse l‟affermazione più struggente è questa:

“All‟età di otto anni conclusi che tutto il male del mondo lo si poteva ritrovare in quello sguardo buio, che feriva a morte più di un pene che ti entra dentro come una spada e che rie-sce, non si sa come, a spaccarti immediatamente il cuore in due. Quel buio immenso io me lo porto ancora dentro: in tanti lo vedono, lo temono e subito cercano con lo sguardo altrove.”

La mancanza di ascolto si prolunga dall‟interno all‟esterno della famiglia, dal passato al pre-sente, riproducendo l‟incomprensione già patita, la colpevolizzazione, l‟incapacità di identifica-zione, il rifiuto di solidarizzare con il bambino per non sporcarsi le mani con una materia tanto sudicia e conflittuale come l‟incesto.

“Col tempo ho dovuto anche imparare a omettere i dettagli perché quando più tardi mi è capitato di riferirli a chi credevo capace di saggezza, era tutto un mitigare, un tenersi cauta-mente alla larga come fossero lebbra. Eppure sono proprio quei dettagli così indicibili ad aver lasciato il segno; sono i cinque sensi ad aver fatto incetta del materiale peggiore per i miei ri-cordi di cui dovrò portare da solo l‟intero peso. (…)

E invece, mi son sentito dire di tutto, che in fin dei conti ero stato io a sedurre e quindi io il vero carnefice, o che se non avevo ancora superato la cosa era perché non appartenevo alla raz-za dei “forti”, un analista mi ha anche definito un “passivo naturale”; insomma, in un modo o nell‟altro ero stato io a cercarmela.”

Caro Alberto, chi scrive a vent‟anni questa lettera, ed anche chi a quaranta scrive questa mail, è certamente un sopravvissuto, non già uno sconfitto, per quanto nella lettera si lasci anda-re a vissuti di depressione, demoralizzazione, sensazioni di perdita del Sé.

“Oggi so per certo che il corpo e l‟anima sono la stessa cosa; non esiste niente che fatto al corpo non venga fatto anche all‟anima; un corpo, il mio, che è sopravvissuto alla mia stessa a-nima, perché questa è morta da un pezzo: se così non fosse, avrei ancora un posto dentro di me dove rifugiarmi.”

Che la tua anima non sia morta a vent‟anni è dimostrato dal fatto che sei andato avanti e trovi oggi la forza di pubblicare quella lettera. Anche la sensazione di allora di non avere “un posto dentro” te stesso “dove rifugiarsi” risulta descritta con grande espressività, ma evidentemente la capacità stessa che dimostri di rappresentare con delicatezza ed attenzione le tue sensazioni penose e le tue convinzioni depressive finisce per smentire quelle convinzioni: il ragazzo nar-rante ha in realtà nella propria mente un frammento di speranza, seppur circondata dalla tenta-zione e dalla pressione della disperazione. Quel ragazzo di allora e l‟adulto di oggi presentano evidentemente un‟isola incontaminata di lucidità e fiducia, senza la quale non troverebbero le parole per scrivere in modo tanto efficace la propria esperienza storica ed emotiva, per conse-gnarla, a vent‟anni, almeno ad un testo e per comunicarla, vent‟anni dopo, via mail. Grazie a quest‟isola sei sopravvissuto, sei cresciuto, hai ottenuto senz‟altro qualche risultato. Oggi puoi decidere se potenziare ed allargare quell‟isola di consapevolezza e di speranza o se l‟equilibrio raggiunto è sufficiente. Credo, ad intuito, che valga la pena di potenziare quell‟isola, e tu stesso lo credi se mi chiedi informazioni su eventuali gruppi di auto-aiuto nella tua città. Non ne cono-sco. Ma mi vien da supporre che potrebbe essere davvero molto importante una prosecuzione del percorso psicoterapeutico se, come dici, ti senti “andare in pezzi, disgregato, frantumato in tanti pezzettini”. Non voglio negare queste sensazioni, ma ho l‟impressione che in te ci siano anche talenti di forza e chiarezza. Sfruttali. Tre anni di lavoro sono comunque insufficienti, sen-za entrare nel merito della qualità di un percorso terapeutico che non ho elementi per valutare.

Grazie, Alberto per la tua bellissima testimonianza.

Mi sono accorto di averti dato del tu.

Ti sono vicino.