“PERCHE’ HO LASCIATO CHE LO FACESSERO?”

Gent. dott.Foti

Sono arrivata alla bell’età di 37 anni e solo ora mi sembra di vivere in maniera consapevole.

Sono sposata da 10 anni e ho 2 bambini e da 3 anni a questa parte ho cominciato a soffrire di attacchi di panico nei luoghi chiusi anche se dopo un primo periodo ora riesco quantomeno a controllarmi.

Sono nata l’anno dopo la morte di mia sorella in un incidente mentre tornava a casa da scuola con mio fratello.

Tuttora non conosco i dettagli di quel giorno e nessuno in famiglia mi ha mai parlato di mia sorella, così da piccola curiosavo spesso tra i ricordi ben custoditi e giocavo con la sua bambo-la che mia madre teneva chiusa in un armadio. Ero terrorizzata dal fatto che qualcuno potesse scoprirmi, ma più forte era la curiosità. Quando avevo 11 anni mio padre è morto. Era un uo-mo severo e spesso assente e ricordo di aver desiderato talvolta che morisse e così un giorno è successo ed io cominciai a pensare che forse era anche colpa mia. Nell’intervallo di tempo tra questi 2 eventi sono stata molestata dal mio vicino di casa e anche da suo fratello. Perché ho lasciato che lo facessero? io non ho detto di no e non sono stata costretta. Non ho mai raccon-tato nulla ai miei… Sono una persona tuttora incapace di dire di no, pena forti sensi di colpa che mi accompagnano in tutto ciò che faccio, con un fare direi seduttivo, in balia delle decisioni altrui, confusa e confusionaria, che rimuove i problemi senza affrontarli che appare sempre fe-lice ma che ogni giorno si tormenta che non conclude mai nulla e che viene accusata da una madre da sempre invadente di essere una cattiva madre solo perché, stanca di essere come so-no, sto cercando di conquistarmi uno spazio mio che non ho mai avuto. So che i miei figli hanno bisogno di me ma io devo cercare di diventare una persona consapevole che si prende la re-sponsabilità delle proprie scelte anche per loro per potergli dare davvero qualcosa.

Grazie

Luisa

 


Come un pesce che ha abboccato all’amo…

Claudio Foti

 

Mi colpisce tra le tante cose la questione pesantemente autentica ed autenticamente pesante che pone: “Nell’intervallo di tempo tra questi 2 eventi [ il primo riguardante il deficit materno, il secondo il deficit paterno, nota mia] sono stata molestata dal mio vicino di casa e anche da suo fratello. Perché ho lasciato che lo facessero? io non ho detto di no e non sono stata costretta.”

Non è possibile tentare di avvicinarsi ad una risposta realistica e nel contempo liberatoria nei confronti di interrogativi di questo genere se non si riflette su cos‟è la sessualità e sul ruolo straordinariamente stimolante e nel contempo straordinariamente illusorio che può esercitare.

La sessualità può fungere da potente antidoto nei confronti del vissuto di vuoto e di man-canza che si ritrova in forme più o meno struggenti e dilaganti nella mente umana; è un antidoto che appare immediatamente potente, coinvolgente ed efficace ma che – se non è sostenuto dal nutrimento di una relazione di amore, di sostegno e di intimità – risulta ben presto deficitario e capace esclusivamente di fare accantonare e di far rinviare il confronto con i sentimenti che ali-mentano la depressione, l‟insoddisfazione, la solitudine. Ora, questo antidoto può sembrare attraente e a portata di mano anche per una bambina ed in particolare per una preadolescente. In molte situazioni la sessualità può apparire anche al bambino come qualcosa che riempie, che “caccia i pensieri tristi” e il vissuto di debolezza, di impotenza, di solitudine. Ovviamente tanto maggiore è l‟insufficiente maturazione biologica e psicologica del bambino, tanto più certo è l‟esito fallimentare ed illusorio di questo prematuro ricorso all‟eccitazione sessuale.

Una bambina, come lei è stata, deve essersi inevitabilmente posta il problema di gestire in qualche maniera significativi livelli di disagio, di vuoto e di mancanza derivanti dal confrontarsi con un padre assente e capace di stimolare fantasie aggressive reattive e con una madre di cui so poco, ma che certamente non ha avuto un‟adeguata capacità empatica nei suoi confronti: non è stata infatti capace di sintonizzarsi con i sentimenti di curiosità, di incertezza, di ansia che non può non vivere una figlia destinata a crescere con alle proprie spalle una vicenda tanto traumatica, e per di più avvolta da un‟ingombrante silenzio, come quella di una sorella traumaticamente decedu-ta prima della propria nascita.

Quando i vicini di casa hanno creato, in modo “gentile” e non impositivo, una cornice capa-ce di consentire la seduzione sessuale, lei bambina è caduta in qualche modo nella loro trappola, tentando di dare, attraverso l‟accettazione “libera” di proposte sessuali, una risposta ai livelli di disagio, di vuoto e di mancanza che sperimentava e a cui l‟ambiente attorno a lei non offriva al-cuna altra risposta altrettanto coinvolgente. Una risposta che avrebbe potuto essere più sana ed evolutiva, per esempio in termini di amicizia, ascolto, comprensione, affettività, aggregazione di gruppo ecc… Lei, come spesso succede in queste situazioni, ha avvertito la sensazione e ha ma-turato la convinzione di aver preso in maniera autonoma la decisione di un‟attivazione sessuale: in realtà lei ha sviluppato, è vero, una propria iniziativa soggettiva, ma l‟ha fatto all‟interno di una situazione fortemente condizionante e “programmata” – per citare un concetto di autori co-me Perrone e Nannini – dagli adulti.

La violenza, spesso devastante e comunque sempre molto logorante, dell‟abuso sessuale su un minore consiste soprattutto nel riuscire a sollecitare l‟adesione della vittima, a stimolare una qualche forma di ruolo inevitabilmente “attivo” del bambino o della bambina, e a maggior ra-gione del preadolescente o della preadolescente. La qual cosa finirà per generare vissuti di colpa e di stigmatizzazione incredibilmente duraturi e pervasivi nella vittima.

Come risulta ormai dimostrato da diverse ricerche e studi, gli abusanti cercano di attivare i bisogni più immediati e quelli più profondi, quelli più materiali e quelli più “psicologici” del bambino: giocano con lui, gli insegnano qualcosa, cercano di stimolare e di soddisfare strumen-talmente il suo bisogno di valorizzazione, di attenzione, di compagnia, di affetto; cercano di in-vogliarlo a intensificare e privilegiare il rapporto con il “programmatore”, di portarlo a sentirsi partecipe del gioco sessuale, ad assumere un ruolo, a prendere una qualche iniziativa.

I programmatori dell‟abuso ricorrono sempre ad un‟esca. Possiamo dire che lei da bambina ha abboccato. Possiamo anche dire che non poteva non abboccare, stante la propria situazione fami-liare, psicologica ed emotiva. Lei probabilmente ha abboccato perché ha trovato nella sessualità un antidoto al vissuto di privazione e depressione. Inoltre non poteva assolutamente sperare di tro-vare, confidandosi con i propri genitori, risposte di comprensione. Ragioni profonde e soprattutto la carente disponibilità all‟ascolto empatico da parte dell‟ambiente l‟hanno spinta a non parlare.

Si abbocca sempre spinti da un bisogno e sollecitati da un‟esca. Il pesce abbocca stimolato internamente dalla fame ed esternamente dall‟esca. Se potessimo chiedere, per assurdo, ad un pesce che ha abboccato all‟amo del pescatore come vede la propria vittimizzazione, ci risponde-rebbe anche lui: “Perché è successo? Io non ho detto di no e non sono stato costretto”. Chi sa? Anche lui probabilmente si sentirebbe in colpa: anche lui, come la piccola vittima di abuso ses-suale, tenderebbe a non avere consapevolezza da un lato di essere stato spinto da un impellente bisogno, e dall‟altro che tale bisogno è stato attivato dalla “programmazione” del pescatore.